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Che cosa è l’Ipocrisia? Il termine significa: essere doppi, essere falsi, ingannare, mentire, nascondere qualcosa dentro o sotto, usare delle maschere, ecc. L’apostolo Pietro dice di non contaminarci da questo spirito che impedirà la crescita della Grazia Divina (1 Pietro 2.1). L’ipocrisia è uno dei peccati più gravi che Gesù condanna, durante gli anni del suo ministero, il Signore non faceva altro che denunciarlo senza neanche considerare che poteva offendere l’ipocrita (Lc. 11.37…45), poiché era preoccupato per il suo popolo a causa di questo peccato e tra le tante cose da riguardarci, il Signore Gesù affermava di stare attenti prima di tutto al lievito dell’ipocrisia! (Luca 12. 1-2) Gesù gli ipocriti li definisce: “figli del diavolo”. Noi sappiamo molto bene che la ribellione è un peccato grave e che Paolo alla lettera ai Corinzi afferma apertamente che l’uomo ribelle deve essere allontanato (2 Cor. 6. 17) dall’assemblea dei santi. Gli ipocriti sono tutti coloro che per ingannare gli altri si fingono uomini e donne di pietà, di zelo, di bontà, e di buone qualità. E ‘difficile individuarli inizialmente ma con il tempo sarà Dio stesso a mostrarli, molti di loro hanno degli obbiettivi che vogliono raggiungere e fingono d’amare per giungere a quegli obbiettivi, Gesù paragona chi vive l’ipocrisia a come vivevano i farisei. Erano falsi e doppi con il prossimo anche se si dimostravano capaci delle cose del regno e pietosi verso i loro fratelli, amavano il denaro ed il successo e facevano ogni cosa solo per essere visti e proclamati da altri. Il cristiano vero è un fedele sincero (senza cera), senza maschera, dobbiamo essere quello che siamo e farci trasformare dalla gloria divina ogni giorno.
Halloween non è una "festa", ma un evento inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l'uso delle maschere, su ciò che è male per farlo passare come un divertimento innocente. E' il capodanno dei satanisti, la notte per eccellenza dell'occulto e di chi lo pratica, si festeggia il dio dell'occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le persone che, inconsapevolmente, vi partecipano... Fuggite da tutti i simboli di Halloween, sono "porte" sataniche che portano i demoni nelle vostre case, portano la divisione, invidie e malefici. ( don Gabriele Amorth).
Gesù disse: "Questa generazione è malvagia!". Cosa direbbe Gesù di questa nostra generazione? A mio avviso,Egli direbbe che questa generazione è più malvagia di quella del suo tempo trascorso tra gli uomini. Perché? Perché questa generazione, pur conoscendo il Vangelo, commette crimini più abominevoli di quelli commessi da quella generazione del tempo di Gesù. In questa generazione si pecca non per ignoranza o per debolezza, ma deliberatamente. Chi pecca deliberatamente è molto colpevole davanti a Dio. Deliberatamente questa generazione scarta Gesù dalla propria vita. Deliberatamente abbiamo votato per l'aborto. Deliberatamente abbiamo votato per il divorzio. Deliberatamente abbiamo votato per le unioni civili. Deliberatamente stiamo adottando l'ideologia gender. Deliberatamente si dice: "Gesù è in chiesa, ma non lo rendiamo presente nella famiglia, nella politica, nello sport, nella scuola, nell'economia e nella medicina. Quando si scarta Gesù dalla vita quotidiana, tutto va in rovina. In ogni campo della vita sociale tutto viene fatto con spirito di rivalità, disonestá e immoralità. Cos'è il peccato? È un'azione personale o comunitaria contro la legge della natura insita nel cuore dell'uomo. Il peccato porta rovina nel cuore dell'uomo e nella vita sociale. Cosa accadrà se costruisci un palazzo non tenendo conto delle leggi dell'edilizia? Che crollerà alla prima scossa del terremoto. Non é Dio che punisce, ma è il peccato. Il peccato non solo genera conseguenze di morte per chi pecca, ma anche consequenze sociali. Il puzzo del peccato viene sentito non solo da chi pecca, ma anche da chi vive accanto al peccatore. Convertiamoci seriamente e accogliamo Gesù Cristo. Amen. Alleluia.
L’immagine della vigna ricorre spesso nella Sacra Scrittura per esprimere la relazione del Signore con il suo popolo. Ogni volta che se ne parla è per sottolineare il contrasto fra tutto l'amore che il Signore prodiga per il suo popolo e l'infedeltà continua di quest'ultimo. Il frutto che il Signore attende da questa vigna, cioè da noi, sono certo le opere buone. Ancora più importante ai suoi occhi, però, è il frutto rappresentato dall'azione di grazie, dal ringraziamento. All'amore si risponde solo con amore. Noi, vigna infedele, non sappiamo rendere al Padre amore per amore, non sappiamo rispondere alle grazie che il Signore ci fa con una azione di grazie adeguata, per cui il Signore si fa vera vigna e solo innestati in lui, inseriti nel suo ringraziamento al Padre, possiamo proferire anche noi un grazie che sia autentico. Uniamoci a Cristo, lasciamoci innestare in questa sola vigna vera che è Cristo e non separiamoci mai da lui, non allontaniamoci mai da lui. Da te, Signore, mai più ci allontaneremo. Facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Signore, Dio degli eserciti, fa' che ritorniamo a Te. Fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Il Signore manda davanti al suo popolo come protettore e come guida un Angelo Custode. "Dice il Signore: "Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce ". Subito queste parole suscitano il sentimento della presenza di Dio. L'Angelo è come un intermediario, colui che ci fa camminare verso Dio. L'Angelo ci fa ascoltare la voce di Dio; secondo la Bibbia la sua presenza accanto a noi non ha altro scopo che di metterci in relazione con lui. E Dio dice: "Ascolta la sua voce, non ribellarti a lui; egli non ti perdonerebbe, perché il mio nome è in lui". Se siamo docili a questa voce interiore, che è la voce stessa di Dio, siamo condotti progressivamente a una unione profonda con il Signore. Invocate il vostro angelo custode, iniziando la vostra giornata, chiedetegli consiglio, protezione, illuminazione. Invocate l'angelo della persona con cui dovete affrontare un discorso impegnativo, o l'angelo della persona che proprio non riuscite ad aiutare. Credetemi: questo invocare il nostro Angelo porta frutti incredibili!
La luce ricevuta dal Vangelo illumina tutta la nostra vita, contagia le nostre scelte, cambia il nostro modo di essere e le nostre decisioni, ci converte. E si vede. Se non si vede, dice il Signore, non è un buon segno, significa che abbiamo paura della luce, che finiamo col mettere la luce potente del Vangelo sotto lo sgabello invece che sul lampadario, come dovrebbe essere. La luce si accende grazie all'ascolto della Parola che ci cambia nel profondo e che, una volta accolta, porta frutto. Spesso, invece, ascoltiamo superficialmente, crediamo di credere, sappiamo già a sufficienza le cose di Dio, cosa c'è ancora da imparare? La Parola, invece, vive di una vita propria, letta e riletta cento volte illumina le nostre profondità se abbiamo il coraggio di spalancare il nostro cuore. Allora siamo chiamati a brillare come cristiani più dei raggi del sole, senza vergogna, senza alcuna ritrosia, senza svilimento del nostro nuovo essere ricevuto il giorno in cui divenimmo credenti. È questo oggi il male della nostra fede: quel rispetto umano che ci fa nascondere i segni del nostro essere di Cristo Gesù. Chi è discepolo di Gesù lo deve essere pubblicamente, mai nascostamente. Lo deve essere dinanzi al mondo intero. Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi di Dio, fate che ogni discepolo del Signore sia più splendente della luce del sole dinanzi ad ogni uomo, sempre.
L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché devo perdonare? Perché cancellare i debiti? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio. Ma c’è qualche cosa di più. Dopo la morte redentiva di Cristo l’uomo si trova in una situazione nuova: l’uomo è un perdonato. Il debito gli è stato rimesso, la sua condanna cancellata. “non perdonare danneggia solo e soltanto noi stessi. Quando non voglio perdonare (il perdono non è un istinto ma una decisione), quando di fronte a un'offesa riscuoto il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché annullare il debito, stringo un nuovo laccio, aggiungo una sbarra alla prigione. Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo, significa lasciare andare, liberare dai tentacoli e dalle corde che ci annodano malignamente, credere nell'altro, guardare non al suo passato ma al suo futuro. Siamo in grado di perdonare solamente quando ci apriamo all’Amore dello Spirito Santo e all’amore per noi stessi.
Il perdono non consiste in una emozione, ma in una decisione. Non nasce come evento improvviso, ma come un percorso. Tutto quello che legherete o che scioglierete sulla terra, lo sarà anche in cielo. «Il potere di perdonare il male non è il potere giuridico dell'assoluzione, è il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide, più impure, più alterate dell'uomo». È il potere conferito a tutti i fratelli di diventare presenza che de-crea il male, con gesti che vengono da Dio: perdonare i nemici, trasfigurare il dolore, immedesimarsi nel prossimo: è l'eternità che si insinua nell'istante. A noi cristiani è indicata la via della concordia, conosciamo tutti la nostra fragilità umana, capace di offendere e pronta a sentirsi offesa, poco disposta a quella medicina che è la comprensione e il perdono. Basta un nulla, a volte, per renderci nemici o estranei. La frase più diffusa, in questi casi, è 'me la pagherai'. Non ci resta che pregare per ottenere quella generosità di cuore, non solo per non recare offesa al prossimo, ma ancor più per donare amore a chi ci fa del male. In altre parole, mettere in pratica la Parola del Padre nostro: "...RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI, COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI".
"Ma voi, chi dite che Io sia?": questa domanda che Gesù rivolse ai suoi discepoli interpella anche noi. Chi è per noi Gesù? Quale immagine di Lui corrisponde alla verità? Oggi, questa domanda riveste un'importanza fondamentale: Troppo spesso ci costruiamo un Dio a nostra immagine e somiglianza. Oppure ne scegliamo gli aspetti più comodi, sorvolando su quelli che ci mettono in discussione. “Voi chi dite che io sia?”. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri, siano essi teologi o conduttori di dibattiti televisivi. Gesù vuole la nostra risposta personale. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti. È quello che succede con l’atto di fede. Gesù lancia una sfida a ogni uomo e a ogni donna direttamente e personalmente: “Tu, chi dici che io sia?”. La nostra risposta possa essere quella di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. La nostra risposta possa essere quella della Chiesa, che fu fondata da Cristo su Pietro come su una pietra, affinché il “credo” diventasse un “crediamo”: Crediamo in Dio, Padre onnipotente..., in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio..., per opera dello Spirito Santo... incarnato nel seno della Vergine Maria.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all'unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita. Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo. Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un'unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.
L’odierna solennità corona il ciclo delle grandi celebrazioni liturgiche nelle quali siamo chiamati a contemplare il ruolo della Beata Vergine Maria nella Storia della salvezza. Infatti, l’Immacolata Concezione, l’Annunciazione, la Divina Maternità e l’Assunzione sono tappe fondamentali, intimamente connesse tra loro, con cui la Chiesa esalta e canta il glorioso destino della Madre di Dio, ma nelle quali possiamo leggere anche la nostra storia. L’Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, è un cammino alla sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio, perché il Padre “ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù”
La solennità della Trasfigurazione del Signore, ci invita a fare un cammino tra due monti importanti, quello del Tabor e quello del Calvario. Fondamentalmente si tratta si seguire Gesù, insieme a Pietro Giacomo e Giovanni e salire sul luogo dove Cristo si trasfigura davanti a loro, cambiando aspetto esteriore, al punto tale che il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Questa esperienza di gioia e di paradiso, fa dire agli apostoli di fare li tre tende e di restare lì per sempre. Quella montagna è gradevole e invita addirittura a stabilizzarsi lì, vivendo in contemplazione, per tutta la vita. Ma Gesù ricorda agli apostoli che bisogna lasciare quella montagna, perché a lui e a tutti ce ne aspetta un'altra quella che si chiama Calvario. Si è eroi non solo nel successo, ma anche nell'apparente insuccesso. Il Monte Tabor è il monte della Gloria, il Monte Calvario e il Monte della Salvezza e della Redenzione. L'uno e l'altro sono legati da un filo conduttore, che è la vita di Gesù. Salire su questi due monti, vuol dire per un cristiano essere davvero dalla parte di Dio, che si rivela a noi nella gloria, ma anche nel dolore. Amare Cristo del Tabor è amare Cristo Crocifisso, perché è l'unico Figlio di Dio che si rivela a noi, sia sul Tabor che sulla Croce. Dopo l'esperienza della gioia e della gloria si ritorna a stare tu per tu con Gesù, riprendendo un cammino di cui il Tabor è solo una tappa bellissima, ma proiettata al Calvario. Tanto è vero che mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti». Perché Gesù chiede ai tre di mantenere il segreto di quello che hanno visto? La risposta è semplice: perché nella gioia, quando le cose vanno bene, si è portati a credere facilmente, senza ragionare più di tanto. E' quando ci troviamo di fronte al dolore, alla morte, alla prova, alla sofferenza, quando dobbiamo salire anche noi il nostro Calvario portando la nostra croce, allora diventa difficile credere ed affidarsi al Signore. Gesù vuole preparare i suoi tre apostoli più vicini a Lui al mistero della Croce che si compirà da li a poco.
Il Perdono d'Assisi, cos'è e come funziona: Si tratta di un'indulgenza plenaria che può essere ottenuta in tutte le chiese parrocchiali e francescane dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2. Il Poverello di Assisi ottenne l'indulgenza da papa Onorio III il 2 agosto 1216 dopo aver avuto un'apparizione presso la chiesetta della Porziuncola A quali condizioni si può ottenere l'indulgenza? Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti e successivi. Partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione; rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice. Normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria; è data tuttavia ai singoli fedeli la facoltà di recitare qualsiasi altra preghiera secondo la pietà e la devozione di ciascuno verso il Papa.
Il Regno dei cieli instaurato da Gesù non s’impone con la forza, perché nasce dentro un umanità peccatrice trasformata dalla forza dell’amore. Dio non combatte il male reprimendolo, ma insegnandoci a vincerlo con il perdono. Il tempo di questa vita, non è il tempo della mietitura (Mt 13,40-43). E' il tempo della Misericordia Divina che vuol fare di ogni luogo di peccato il luogo della sua rivelazione: laddove abbonda il peccato, sovrabbonda la sua grazia (Rm 5,20). Il trionfo del bene sarà solo alla fine del mondo (Mt 13,39). Finché siamo sulla terra, dovremo sempre misurarci con la presenza del male, ricordandoci però che Dio lo lascia stare perché è attraverso di esso che possiamo conoscerlo per quello che Lui è: amore incondizionato e misericordioso. Se quindi gli crediamo e lo seguiamo nella sua indicazione, scopriremo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28), cioè che anche il nostro male può esser messo al servizio del bene. Scopriremo che davvero il volto del Dio di Gesù Cristo è lo stesso del Dio del libro della Sapienza, quando lo decanta nel modo di agire con cui insegna al suo popolo che si devono amare gli uomini, perché ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, Egli concede anche il pentimento (Sap 12,19). E scopriremo anche che, toccata con mano la sua misericordia verso il nostro male, diventiamo poco a poco con gli altri come Lui, lo scandaloso Signore che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e fa sorgere il sole sui malvagi e sui buoni (Mt 5,45).
Ai discepoli Gesù chiede di "ascoltare" ciò che hanno già ascoltato. L'ascolto non termina mai perché ogni dono ricevuto ha bisogno di essere accolto, interiorizzato, approfondito. Nell'ascolto e nel riascolto il dono si immerge sempre più nel terreno della nostra vita per dare frutto. Oggi nella lettura il seminatore, personaggio principale nell'annuncio alla folla, passa in secondo piano. Per la folla era essenziale comprendere l'ampiezza del dono di Dio, un Dio che entra nella storia umana, che va a cercare ogni terreno e ogni anfratto, tutto il contrario della mentalità comune, ancora viva oggi, per cui è l'uomo che si illude di cercare Dio e si fa a lui incontro con pellegrinaggi, offerte e doni. Per i discepoli, fattisi piccoli, è il terreno che accoglie il dono di Dio l'essenziale della parabola. Lontano da noi l'idea di considerare peccatore il terreno della strada e santo quello buono, ritorneremo alle categorie umane legate al moralismo. Nessuno può agire su se stesso perché il suo diventi un terreno buono per dare frutto, e il frutto che intravede sul proprio terreno è certo dono di Dio (Cfr. 2Cor 9,10). L'invito è piuttosto quello di prender coscienza del dono della Parola che abbiamo indiscutibilmente ricevuto e della nostra situazione, come persone, famiglie, comunità cristiane perché è in quella situazione che dobbiamo dare frutto. La Parola di Dio nel percorso della storia, come nella nostra vita, vive alterne vicende, trova ostacoli, incontra pericoli, superficialità, incomprensione; la stessa Parola esprime cose diverse perché viene incontro al contesto che stiamo vivendo. Anche il tempo ha una sua valenza: dai pochi istanti della strada di cui fare tesoro, al rimanere per sempre nel profondo del buon terreno: colui che ascolta la Parola e la comprende. Comprendere la Parola nel senso di tenerla con sé e la conservarla nel proprio cuore. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato (2Tm 1,14).
Lo Spirito Santo è lo Scrittore, il Trasformatore, l'Illuminatore, il Creatore, il Verificatore, l'Aggiornatore, lo Stimolatore della vera fede in ogni cuore. È Lui che deve essere sempre invocato perché svolga la sua opera senza interruzione in tutti i cuori. Senza di Lui nessun cuore mai si aprirà alla fede. Manca in esso il germe vitale. Un cuore senza lo Spirito Santo è in tutto simile ad un uovo non fecondato. Può stare anche mesi e mesi sotto la chioccia, mai però spunterà da esso la nuova vita. Gli manca il germe della vita. Chi vuole operare perché la fede scaturisca e si formi in un cuore, maturi e raggiunga la sua perfezione, deve essere pieno di Spirito Santo.
La devozione al Prez.mo Sangue non deve essere sterile, ma feconda di vita per le nostre anime. E maggiori saranno i frutti spirituali se seguiremo il metodo insegnatoci dai santi, che in ciò furono maestri. S. Gaspare Del Bufalo, il Serafino del Prez.mo Sangue, ci consiglia di fissare lo sguardo nel Cristo insanguinato e di richiamare alla mente questi pensieri: Chi è Colui che ha dato il Sangue per me? Il Figlio di Dio. Se l'avesse versato un amico come gli sarei riconoscente! Per Gesù invece la più nera ingratitudine! Anch'io forse sono giunto perfino a bestemmiarlo e ad offenderlo con gravi peccati. Che cosa mi ha dato il Figlio di Dio? Il Suo Sangue. Voi sapete, esclama S. Pietro, che non con l'oro e l'argento siete stati liberati, ma col Sangue Prezioso di Cristo. E quali meriti avevo io? Nessuno. Si, amiamolo questo Dio, amiamolo intensamente e le sue sofferenze non saranno state inutili e il suo Sangue non sarà stato sparso invano per noi. Signore Gesù che ci ami e ci hai liberati dai nostri peccati con il Tuo Sangue, Ti adoro, Ti benedico e mi consacro a Te con viva fede. Con l'aiuto del tuo Spirito m'impegno a dare di tutta la mia esistenza, animata dalla memoria del Tuo Sangue, un servizio fedele alla volontà di Dio per l'avvento del Tuo Regno.
Per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.
Il mese di giugno è dedicato al Sacro Cuore di Gesù. “Il Cuore di Gesù è una sorgente inesauribile di beni che vuole diffondere e comunicare”, scrisse Santa Margherita Maria Alacoque, che da questo divino cuore vedeva sbocciare tre torrenti: la misericordia nei confronti dei peccatori, la carità verso i bisognosi e l'amore e la luce per i giusti. “Qualunque sia il vostro bisogno, e quantunque grande e grave, nel Cuore di Gesù troverete un rimedio traboccante, essendo quel Cuore Divino, un abisso in cui ogni cosa si trova".
La solennità della Santissima Trinità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste, quindi come festa del Signore. Propone uno sguardo riconoscente al compimento del mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. La messa inizia con l'esaltazione del Dio Trinità "perché grande è il suo amore per noi". Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati.
Lo Spirito viene a portare la pace con Dio e tra di noi, ma viene anche a portare la pace in noi. Che cosa ci rasserena infatti maggiormente del sentirci dire: "i tuoi peccati ti sono perdonati"? Ecco perché questo perdono Gesù lo chiama pace. Questo perdono non è soltanto negativo, non consiste cioè solo nell'eliminazione del male che abbiamo fatto. Molto più profondamente, il perdono dei peccati, la pace che lo Spirito porta dentro di noi, è qualcosa di positivo. Paolo nella lettera ai Galati dice che il frutto dello Spirito Santo, cioè il segno della sua presenza nel nostro cuore è amore, è gioia, è pace, è pazienza, è benevolenza, è bontà, è fedeltà, è mitezza, è dominio di sé. Lo Spirito Santo non solo ristabilisce la pace con Dio e tra di noi, ma è anche colui che costantemente ristabilisce la pace nel nostro cuore. Rinnova o Padre il prodigio della Pentecoste: fà che i popoli dispersi si raccolgano insieme e le diverse lingue si uniscano a proclamare la Gloria del Tuo Nome.
Consacrazione allo Spririto Santo O divino Spirito, che sei disceso con l'abbondanza dei Tuoi lumi e dei Tuoi doni sulla prima comunità riunita il giorno di Pentecoste fra le mura del Cenacolo, ecco dinanzi a Te quest'anno la comunità che Ti supplica di rinnovare su di essa quanto compisti in quel giorno memorando. E affinché questo avvenga, noi ci consacriamo a Te offrendoTi la nostra mente, la nostra volontà, il nostro cuore. L'opera redentrice che Cristo, il Verbo incarnato, ebbe a realizzare soprattutto con la Sua passione e morte e volle affidare alla Sua Chiesa, fu da Te completata con la Pentecoste e mai è venuta meno. Ma affinché in noi sia più intensa e fruttuosa e questa porzione della Chiesa viva un continuo progresso spirituale, noi ci affidiamo senza riserve a Te. La Tua luce illumini le nostre menti, onde cerchiamo sempre la verità e non ci lasciamo traviare da falsi profeti; la Tua grazia ringiovanisca le nostre volontà e le renda capaci di resistere alle insidie del demonio e della corruzione; i Tuoi doni ci trasformino in apostoli con la parola e con l'esempio. O Divino Spirito, ripeti in noi i prodigi della grazia che si verificarono nella prima comunità cristiana alla Tua discesa fa' che vivendo in te, portiamo alla Chiesa e a Cristo redentore quanti ci circondano, contribuendo così a quel piano meraviglioso di salvezza del genere umano che, nella Pentecoste, ha dato i primi meravigliosi frutti. Amen Elena Guerra
San Giovanni, parlando della nostra vocazione alla comunione con Dio-Amore, afferma: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito» (1Gv 4,13). È nello Spirito che noi amiamo Dio. Per questo S. Agostino afferma che «lo Spirito santo è il dono di Dio a tutti coloro che per mezzo suo amano Dio»1. Lo Spirito ci abilita al rapporto interpersonale con Dio, all'alleanza tra il nostro «io» e il «tu» divino: «Il dono dello Spirito significa chiamata all'amicizia, nella quale le trascendenti profondità di Dio vengono, in qualche modo, aperte alla partecipazione da parte dell'uomo» (Dominum et Vivificantem, n. 34). È quanto S. Paolo diceva: «Viviamo sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi» (Rm 8,5.9); «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,25).
La profonda convinzione e la perseveranza sono i segni del vero amore. Nel Vangelo, nostro Signore ripete questo concetto almeno tre volte: se uno lo ama, osserverà la sua parola, le sue parole e i suoi comandamenti. Osservare i suoi comandamenti (riassunti in quello dell’amore), osservare le sue parole (cioè il suo insegnamento trasmesso dalla Chiesa), è possibile solo se osserviamo la sua parola, in particolare quando la Parola del Padre si è impossessata dei nostri cuori (sant’Agostino). È l’opera dello Spirito Santo, l’amore fra il Padre e il Figlio, che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dei sacramenti. Come la missione del Figlio ha avuto per effetto di condurci presso il Padre, così la missione dello Spirito Santo ha per effetto di condurci al Figlio (san Tommaso d’Aquino). È proprio lo Spirito Santo che ci rende capaci di affrontare ogni cosa per Cristo. Vieni, Spirito Santo!
Gesù parla per immagini e oggi riprendiamo la figura del pastore delle pecore che ieri, dolorosamente, ci ha spinto a riflettere sul sacerdozio nella Chiesa e a pregare perché il Signore doni alla sua Chiesa pastori secondo il suo cuore. Leggendo l'inizio del brano di Giovanni mi piace sottolineare un particolare che chi vive in campagna conosce bene: fra gli animali e chi li accudisce si crea un rapporto di affetto e di complicità, di intesa. Le pecore (ma anche i cani, le mucche, i cavalli...) riconoscono bene il proprio padrone, ne seguono la voce, si avvicinano quando compare all'orizzonte. E Gesù conferma: è la voce che aiuta le pecore a riconoscere il padrone del gregge, a distinguerlo dai mercenari, dagli stipendiati che non si assumono certo dei rischi per le pecore! Come riusciamo a riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita? Proprio dalla sua voce, dalla Parola che meditiamo quotidianamente e che è diventata il faro della nostra vita, la bussola per le nostre scelte. Meditare e conoscere la Parola ci permette di riconoscere il Signore nelle cose che facciamo, nelle scelte da compiere, senza farci deviare dalle seduzioni dei mercenari.
Per la Liturgia, maggio appartiene sempre al Tempo di Pasqua, il tempo dell’"alleluia", dello svelarsi del mistero di Cristo nella luce della Risurrezione e della fede pasquale; ed è il tempo dell’attesa dello Spirito Santo, che scese con potenza sulla Chiesa nascente a Pentecoste. Ad entrambi questi contesti, quello "naturale" e quello liturgico, si intona bene la tradizione della Chiesa di dedicare il mese di maggio alla Vergine Maria. Ella, in effetti, è il fiore più bello sbocciato dalla creazione, la "rosa" apparsa nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera. Ed è al tempo stesso protagonista, umile e discreta, dei primi passi della Comunità cristiana: Maria ne è il cuore spirituale, perché la sua stessa presenza in mezzo ai discepoli è memoria vivente del Signore Gesù e pegno del dono del suo Spirito.
Nella Domenica della Divina Misericordia, inginocchiamoci davanti al Signore Crocifisso e Risorto per chiedere perdono per i nostri peccati e quelli del mondo intero. Peccati che nascono dalla presunzione e dall'orgoglio di mettere il nostro io al posto del vero ed unico Dio. Oggi in questa domenica della divina misericordia, ci invia a rendere grazie al Signore, perché è buono e il suo amore dura in eterno. Questo dire grazie è soprattutto quando il Signore ci è vicino nella prova e nella sofferenza, quando la vita ci appare difficile e Lui la rende facile, perché nostra forza e nostra gioia è il Signore. Anche quando, come Lui, siamo scartati ed esclusi, alla fine ritorna a nostra utilità spirituale la via dell'umiltà, del silenzio e dell'esclusione.
La gioia di Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele. Un’amicizia che niente e nessuno potrebbe spezzare. È possibile? Io credo che la vita ci abbia insegnato che soltanto Dio può procurarci ciò. La Pasqua di Gesù Cristo non è solo il ricordo del passato, ma un “memoriale”, dove il braccio potente di Dio opera, ancora una volta mirabilmente in nostro favore, mettendo in fuga il demonio che, senza posa tenta di intristirci e di scoraggiarci. La Parola proclamata nell’assemblea dei credenti, torna a compiersi in favore di chi la crede viva ed efficace; correndo al sepolcro in questa liturgia e scoprendolo vuoto, anche la fede di ognuno viene corroborata e trasmessa alla nuova generazione dei credenti, e dal fonte battesimale nascono nuovi figli di Dio. Chi fa esperienza della potenza del Risorto non può tacere: l’Alleluja sgorga nel canto e il desiderio di far conoscere il Signore tornato dai morti, prevale su ogni timore, rinnovando lo slancio della missione e dell’Annuncio: “La nostra morte è vinta! Cristo è veramente risorto!”.
Ieri, Domenica delle Palme, siamo stati chiamati a rivivere spiritualmente l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, acclamato come il re d'Israele, che viene nel nome del Signore. Questa gloria di Cristo Re è oggi però solo preannunciata, in quanto deve passare attraverso la passione, come abbiamo appena ascoltato, nel racconto che ci fa il vangelo di Matteo, dall'istituzione dell'eucaristia fino alla sepoltura. Ancora una volta in questo giorno ci siamo fatti attenti, immaginando le scene, non senza una attenzione rispettosa e una profonda commozione. Ancora una volta siamo qui, all'inizio della Settimana Santa, con il peso delle nostre vite, pensieri, preoccupazioni, sofferenze, gioie, attese, speranze, desideri. E i nostri sguardi vanno verso la Croce. Cos'è che tiene in alto Gesù, lì su quel legno? Non la terra, né le pietre, né gli stessi legni o i chiodi. Gesù è tenuto fermo dall'Amore. Oggi siamo chiamati a fissare questo Amore che dà senza chiedere nulla in cambio. Non c'è bisogno di troppe parole, se non lasciare spazio a questo silenzio. Silenzio dell'uomo e silenzio di Dio. E questa Domenica delle Palme, può essere per noi, con un ramo di ulivo in mano, uno spiraglio di Pace, che ci fa desiderare la Pasqua.

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