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Il regno di Dio è paragonabile ad un seme. Noi abbiamo ricevuto nel battesimo questa vita che fa di noi dei figli di Dio. Ciò che ci è stato dato in germe contiene già tutte le virtualità che appariranno a poco a poco nel corso della nostra vita. In una parabola Gesù parla del piccolo seme e del lievito. Come la terra ha una parte nella crescita del seme, come la pasta si forma grazie all’azione del lievito, così noi dobbiamo offrire alla segreta presenza del regno in noi la cooperazione della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Allora la vita della grazia si sviluppa con una straordinaria potenza, come stanno a significare l’albero nella parabola e le tre misure di farina che fanno lievitare tutta la pasta nella seconda. La potenza dispiegata in questa crescita testimonia l’azione di Dio nei suoi doni. È lui che opera, e la sua azione tanto più si manifesta quanto più glielo consente la nostra generosità. . Che L' Eucaristia possa nutrire in noi la vita divina, permettendo così all’albero della nostra grazia battesimale di crescere, per la gloria di Dio e la gioia dei nostri fratelli.
Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto. Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.
La disperazione è una brutta malattia, porta a vedere tutto nero, a non trovare gioia in niente di ciò che si fa', a non vedere l'amore degli altri, a prendere con pessimismo ogni parola che ci viene detta, ogni fatto che ci accade. Se siamo disperati, che si creda o meno in Dio, non lasciamoci andare, non smettiamo di cercare una soluzione, una via di scampo. Chiediamo aiuto e prima o poi il Signore ci risponderà mostrandoci la strada, donandoci la gioia alla quale aspiriamo. Come quel padre, di cui si parla nel Vangelo, uno dei capi che osteggiavano Gesù, che, pur davanti all'evidenza della figlia morta, tenta tutte le strade e, magari pur non credendo in Dio, mosso dalla disperazione di un genitore che perde la propria figlia, chiede aiuto a quell'uomo, a quel predicatore, convinto che un suo intervento potrebbe ridare la vita alla piccola. Forse non credeva in Dio, forse aveva solo sentito parlare di Gesù come un guaritore, ma credeva nella vita, credeva che davanti a tanto nero Egli potesse aprire una breccia. Forse per lui solo una flebile speranza, ma l'unica cui potersi aggrappare per sperare di poter cambiare lo stato delle cose. Il Signore saprà condurci all'incontro con Lui, ma vuole che lo cerchiamo, che non rinunciamo a lottare, a cercare, a sperare.
Chi di noi non vorrebbe un mondo migliore? Tutto quello che di bello vorremmo vedere al mondo, dobbiamo trovarlo innanzitutto da dentro di noi. Più che accumulare malcontento dovremmo cominciare a dire come io posso cambiare affinché tutto cambi. Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene....Questo tipo di cataratte le si cura solo con il collirio fatto di sana umiltà, esame di coscienza, e di buona speranza che se inizio io forse la notte non sarà così buia.
Il cristiano è chiamato ad essere perfetta immagine di Gesù nel mondo, dinanzi ad ogni uomo. Cristo Signore è invisibile. Il cristiano deve essere sempre il Cristo visibile. Si parla di Cristo, si vede Cristo, ci si converte al Cristo che si vede. Se il cristiano non è la visibilità di Cristo Gesù, nessuno potrà mai credere in Lui. Manca alla fede un elemento essenziale: la visibilità. La fede non nasce solo dall'ascolto, nasce anche dalla visione. Similmente la vita del buon cristiano si colora di virtù che si fondono avvolte e rischiarate dalla sfavillante fiamma dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo. L'amore deve accompagnarsi a tutte le virtù, poiché, "com'è povera e disadorna la mensa senza il pane, così le virtù senza l'amore".
Io il sale della terra? Io la luce del mondo? Come è possibile, Signore! Ma, poiché queste parole vengono da Te, non possono essere che parole vere. Allora mi scuotono, mi obbligano a riflettere, a meditare, a cercare di capirne fino in fondo il senso. Mi raccolgo e sento la tua presenza in me. Tu sei in me e agisci in me e attraverso di me. Vedi con i miei occhi, senti con le mie orecchie, parli con la mia lingua, ami con il mio cuore. Come non essere, allora, il sale e la luce del mondo, dal momento che sono il tuo tabernacolo? Signore, fa’ che io resti sempre fedele alla tua presenza in me, e che le persone che incontro sul mio cammino vedano in me il tuo volto.
Noi tutti riceveremo, un giorno, una vigna da coltivare e curare. Bisogna essere vigili e attenti per sapere quanto Dio si aspetta da noi. Cammin facendo, dobbiamo darci da fare per operare come Dio ci chiede. I frutti dalla sua vigna sempre vanno dati al Signore. La vigna è sua, non nostra. Gli appartiene per diritto eterno. La prima vigna di Dio è ogni uomo. Ogni uomo è proprietà di Dio, proprietà per creazione, per alito di vita, per sussistenza, per costante mantenimento in vita. Qual è il primo frutto della vigna? Quello di riconoscere il Signore come il Signore e dare a Lui il frutto di una obbedienza eterna. L'obbedienza si dona a Dio, donandola alla sua Parola, ai suoi Comandamenti, alle sue Leggi.
Celebrando dunque la Trinità siamo chiamati a ricordarci che la conoscenza e la relazione con Dio non sono prima di tutto una questione di idee, di concetti, di parole, di precetti, ma consistono nell'esperienza di cui ci parla Paolo, quella dello Spirito che vive in noi e proclama Abbà, padre. Conoscere Dio è essere in lui. Per questo i momenti nei quali lo conosciamo sono quelli della preghiera, quelli cioè nei quali, come figli nel Figlio, gridiamo nello Spirito Santo: Abbà, padre. E il Padre, ancora prima che noi abbiamo invocato il suo nome, viene incontro a noi, ci prende nelle sue braccia, ci ascolta, ci esaudisce.
San Giovanni, parlando della nostra vocazione alla comunione con Dio-Amore, afferma: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito» (1Gv 4,13). È nello Spirito che noi amiamo Dio. Per questo S. Agostino afferma che «lo Spirito santo è il dono di Dio a tutti coloro che per mezzo suo amano Dio»1. Lo Spirito ci abilita al rapporto interpersonale con Dio, all'alleanza tra il nostro «io» e il «tu» divino: «Il dono dello Spirito significa chiamata all'amicizia, nella quale le trascendenti profondità di Dio vengono, in qualche modo, aperte alla partecipazione da parte dell'uomo» (Dominum et Vivificantem, n. 34). È quanto S. Paolo diceva: «Viviamo sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi» (Rm 8,5.9); «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito»
"Dio è Amore". E' la definizione più bella e la rivelazione più completa di Dio. E se Dio è amore, anche noi dobbiamo essere amore, dobbiamo "amarci gli uni gli altri". Dio è amore: è amore sempre, è amore verso ciascuno e verso tutti, è amore nella sua vita intima di Trinità d'amore, di fuoco di amore infinito, inimmaginabile, indescrivibile, onnipotente e tenerissimo. Dio è Amore! "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga". L'amore deve essere concreto, espresso in fatti: "fratelli – scrive S. Giovanni – non amiamo a parole, ma con i fatti e nella verità". Anche un semplice sorriso può essere un riflesso di Dio Amore; tanto più una vita donata! E questo Gesù ci ha detto "perché la Sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena". Il Signore vuole la nostra felicità e la felicità la troviamo nel rimanere nel suo amore e nell'amare gli altri. Signore, tu che sei l'Amore infinito, aiutaci ogni giorno ad amare.
Per mezzo del battesimo, Cristo ci ha accolti nella sua comunità. E noi siamo stati liberati dai nostri peccati dalla parola sacramentale di Cristo. La grazia di Cristo non può agire in noi che nella misura in cui noi la lasciamo agire. La Provvidenza divina veglierà su di noi e si prenderà cura di noi se saremo pronti. Ma noi non daremo molti frutti se non restando attaccati alla vite per tutta la vita. Cioè: se viviamo coscienziosamente la nostra vita come membri della Chiesa di Cristo. Poiché, agli occhi di Dio, ha valore duraturo solo ciò che è compiuto in seno alla comunità, con Gesù Cristo e nel suo Spirito: “Senza di me non potete far nulla”. Chi l’ha riconosciuto, può pregare Dio di aiutarlo affinché la sua vita sia veramente fertile nella fede e nell’amore.
Maria è stata, discepola e madre del Verbo. Discepola, perché si mise in ascolto della Parola, e la conservò per sempre nel cuore. Madre, perché offrì il suo grembo alla Parola, e la custodì per nove mesi nello scrigno del corpo. Sant'Agostino osa dire che Maria fu più grande per aver accolto la Parola nel cuore, che per averla accolta nel grembo. Santa Maria, donna accogliente, aiutaci ad accogliere la Parola nell'intimo del cuore. A capire, cioè, come hai saputo fare tu, le irruzioni di Dio nella nostra vita. Egli non bussa alla porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine. Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.
Cari fratelli e sorelle, la Settimana Santa, che per noi cristiani è la settimana più importante dell'anno, ci offre l’opportunità di immergerci negli eventi centrali della redenzione, di rivivere il mistero pasquale, il grande mistero della fede. A partire con la Messa "in Coena Domini", i solenni riti liturgici ci aiuteranno a meditare in maniera più viva la passione, la morte e la risurrezione del Signore nei giorni del santo triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico. Possa la grazia divina aprire i nostri cuori alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo.
Per mezzo della fede, andiamo incontro a Dio e scopriamo il Padre e il suo amore nella nostra vita. Quando constata la nostra fede, la nostra fiducia in lui, Gesù, per mezzo della potenza vivificante della sua parola, compie miracoli nella nostra vita. Gesù ha ricompensato la fede del funzionario come ricompensa la fede di ogni uomo. È così anche per noi: molto spesso le guarigioni di cui abbiamo bisogno, i profondi cambiamenti che ci necessitano, avvengono lungo il tragitto, percorrendo la strada che il Signore ci ha indicato. Forse, comprensibilmente, vorremmo dei risultati, dei cambiamenti verificabili e tangibili. Non è così. La fede è tale proprio perché ci obbliga a fidarci di un Dio che ama la vita e che rianima ciascuno di noi mentre lo seguiamo.
Dio costruisce il suo Regno con le pietre di scarto, quelle che il mondo non considera e butta via. Davanti a Dio non c'è spreco, anche una cosa inutile può diventare " Pietra d'angolo " perché Dio è tale proprio perché riesce a trarre al massimo il valore da ciò che non ha più valore agli occhi del mondo. E questa è una bella notizia ogni qualvolta accumuliamo dentro noi stessi le pietre di scarto dei dolori, delle malattie, delle ingiustizie, dei fallimenti...Essi se messi davanti a Dio, possono costruire palazzi di santità, ma lasciati lontano da Dio rimangono solo scarti. Ricordiamoci sempre che Dio trasforma i nostri pesi in colonne portanti, le nostre ferite in varchi di speranza.
La Quaresima è un tempo di ascolto. La Trasfigurazione è anticipo della gioia del Risorto. Non dobbiamo dimenticare che quest'uomo che sta camminando verso una morte ignominiosa è il Figlio amato da Dio, il Padre indica Gesù come il Figlio prediletto e ordina di ascoltarlo. Padre Santo, tu che hai raccomandato di ascoltare il Tuo Figlio diletto, fa che obbedienti al Vangelo, testimoniamo al mondo con le parole e la vita Gesù Cristo.
Quando Dio irrompe nella storia o nella vita di un uomo (Noè, Abramo, Mosè, i profeti...), avviene un profondo cambiamento: mutano progetti, prospettive, abitudini, legami. Il perentorio appello di Gesù alla conversione si giustifica per il fatto che se è giunta la salvezza, se Dio si è fatto vicino bisogna disporsi ad accoglierlo senza indugi e resistenze per partecipare alla novità che Egli prospetta. In questa prima Settimana di Quaresima, convertirsi significa volgersi a Dio in modo incondizionato, invertire la rotta del proprio cammino, cambiare mentalità. Non si tratta solo di rinunciare al peccato, ma di dare un orientamento nuovo alla propria vita aderendo al vangelo.
" E lasciatili sali sulla barca e passò all'altra riva. E' preoccupante questo " Lasciatili " Chi da Dio cerca solo "segni " alla fine rimane da solo. Il segno più grande è saperci Amati da Lui. Questo amore ci fa affrontare ogni mistero, ogni incognita, ogni fallimento. Questo Amore è molto di più di una rassicurazione, è un incoraggiamento a vivere. Dovremmo smettere di aspettare il sole che gira o balli, per credere in Lui, e cominciare invece a considerare quanto siamo amati sempre, anche quando il sole non gira ed è fermo li. E' l'Amore che trasforma un segno, e non un segno che fa esistere l'Amore.
Il dolore è la cosa più importante nell’universo. Più importante della sopravvivenza, più grande dell’amore, maggiore anche rispetto alla bellezza. Perché senza dolore, non ci può essere nessun piacere. Senza tristezza, non ci può essere felicità. Senza miseria non ci può essere bellezza. E senza queste tre cose, la vita è senza fine, senza speranza, condannata e dannata.
I momenti di sofferenza e di dolore possono diventare momenti di grazia. Essi ci allontanano dalle nostre false certezze, dalla fiducia troppo grande in noi stessi e nei nostri mezzi umani. Ci ricordano la nostra condizione di creature, di figli di Dio, di redenti. Possono risvegliare la nostra fede e la nostra fiducia. Ci aiutano non solo a cercare di strappare una guarigione al Signore, ma soprattutto a rimetterci alla sua volontà, nelle mani del Padre. In questo senso "l'alzati" di Cristo alla piccola figlia di Giairo è un invito a superare il semplice fatto del miracolo che si compie in lei. Questo “alzati” si indirizza a noi: “Offrite voi stessi a Dio come vivi, tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio” (Rm 6,13).
“Che la tua vita non sia una vita sterile. Sii utile. Lascia traccia. Illumina con la fiamma della tua fede e del tuo amore. Cancella, con la tua vita d’apostolo, l’impronta viscida e sudicia che i seminatori impuri dell’odio hanno lasciato. E incendia tutti i cammini della terra con il fuoco di Cristo che porti nel cuore.”
I discepoli, sono presentati come persone in ricerca, che seguono un maestro. La domanda che Gesù pone ai primi è: cosa cercate? Chi cercate? Nella vita si parte con il cercare qualcosa, un senso per la propria vita, la gioia, la pace; fino a cercare solo Qualcuno: Dio e il suo Regno. Gesù dice a noi: “Venite e vedrete”. E’ Lui l’unico che usa il futuro: non vediamo, ma vedremo. E’ l’unico che ci guarda non da quello che siamo, ma da ciò che possiamo diventare. Dio vuole in primo luogo proporsi a noi come la verità assoluta e indispensabile della quale vivere e nella quale confidare. Dio vuole che siamo felici e solo seguendo ciò che Lui ha disposto per noi, la sua chiamata possiamo raggiungere un alto livello di felicità. Per questo è decisivo nella vita di ciascuno scoprire qual è il progetto di Dio. Ricorda che la vocazione non è un sentimento ma una storia d’amore e richiede l’esercizio della continua riflessione per evitare di restare eternamente indecisi, e ricordiamoci che Dio ama ognuno di noi e lo attira a sé in modo inconfondibile e unico!
Iniziamo il tempo ordinario - un tempo in cui noi celebriamo il mistero di Cristo nel ritmo quotidiano dell'anno - con il Vangelo di Marco, che oggi ci presenta: la chiamata dei primi discepoli. Siamo davvero consapevoli che Gesù, quando, nel Vangelo, dice a uomini semplici che incontra sul suo cammino: “Venite e seguitemi!”, si rivolge a ogni credente, e non semplicemente a chi è chiamato a una vocazione eccezionale di sacerdote o di consacrato? Ogni credente è chiamato da Gesù perché sia con lui il portatore della Buona Novella; tutto il suo modo di essere grida: “Tu sei amato, noi tutti siamo amati”. Dunque è significativo che - cominciando il ritmo quotidiano dell'anno - siamo chiamati a riflettere sulla chiamata dei primi discepoli: anche noi siamo invitati a seguire Gesù. E' Lui che ci traccia il cammino, ci accompagna fedelmente e concretamente nella nostra vita normale e attraverso il suo Spirito, ci dà luce e forza per realizzare il Vangelo e vivere nella fede e nella carità. Signore chiama anche ciascuno di noi e aiutaci a vivere nel tuo amore: solo così troveremo la gioia di vivere e di amare.
Nella notte del Santo Natale, nei pastori Dio ha abbracciato per primi “i pagani, i peccatori e gli stranieri” e oggi ci spinge a fare lo stesso. La fede della notte che fa memoria della nascita di Cristo, ci spinge ad una nuova “immaginazione della carità”, a nuove forme di relazione in cui “nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto”; sono le parole di papa Francesco. “Ti chiediamo – è la sua preghiera - che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza, apra i nostri occhi davanti a chi soffre”. La tua tenerezza rivoluzionaria “ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città”. Ci persuada “a sentirci invitati a farci carico della speranza e della tenerezza della nostra gente”. Buon Natale
La terza domenica di Avvento è chiamata della gioia, della letizia e del gaudio cristiano. Ma dove si trova questa gioia e come effettivamente vene ottenuta e conservata? Ogni tempo di Avvento è tempo della liberazione, della purificazione e della conversione e dell'ascolto docile della parola di Dio, che è parola di pace, di perdono e di gioia. La gioia che produce in noi il Natale del Signore deve essere gioia piena per se stessi e per gli altri. Spesso siamo infelici noi e vorremmo che gli altri stessero nelle nostre stesse condizioni. Invece dobbiamo gioire e far gioire. E questo gioire non è altro che sentirsi liberi e vivere nella libertà dei figli di Dio. Non possiamo lasciarci prendere dalla stanchezza; non ci è consentita nessuna forma di tristezza, anche se avremmo motivo per le tante preoccupazioni e per le molteplici forme di violenza che feriscono questa nostra umanità. La venuta del Signore, però, deve riempire il nostro cuore di gioia. La gioia del cristiano che deve alzare la voce nei vari deserti di questo mondo sta nell'annunciare Cristo e nel portare Cristo agli altri. Altre gioie che non sia questa non è possibile pensarla o auspicarla per noi, perché l'importante è avere Dio nel cuore e vivere costantemente in unione con Lui. O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.
Questo tempo di Avvento avrà ancora una volta il suo Giovanni Battista. Non facciamolo gridare invano. Torniamo ad ascoltarlo creando il deserto dentro di noi, ovvero preparando la nostra anima a una silenziosa accoglienza del vangelo di Dio: Gesù Cristo Signore nostro. Giovanni ci invita a ricominciare daccapo la nostra storia andando incontro all'inizio della sua che si avvia da un luogo povero, inospitale, assolutamente imprevisto. Se camminiamo veramente verso quel luogo, per noi è la promessa sicura: egli vi battezzerà in Spirito Santo (Mc 1,8), cioè saremo nuovamente immersi nel mistero di Dio che si è immerso nella nostra umanità.
Le quattro candele di colore viola che accendiamo durante l'Avvento, tempo forte dell'anno liturgico, tempo penitenziale, a partire da questa prima domenica e la quinta centrale, quella bianca, nella solennità del Natale vogliono richiamare alla nostra attenzione cinque cose importanti da fare in questo mese circa di vita liturgica, spirituale a pastorale: convertirci, fare penitenza, vivere nella carità, alimentare la speranza, potenziale la fede nel Cristo Redentore dell'umanità. Proviamo ogni settimana di avvento di questo anno a concentraci sulle cinque azioni da compiere e allora, sì, che a Natale di quest'anno esploderanno le luci della nostra rinascita spirituale, perché tutti, dico tutti, senza che nessuno si illuda, abbiamo bisogno di fare esplodere nella nostra vita la luce del Cristo Redentore e Salvatore.
Oggi, solennità di Cristo Re dell’universo. Gesù ci parla della logica dell’amore concreto, della carità vissuta, soprattutto verso gli ultimi, i più bisognosi, gli esclusi dalla società, i sofferenti. Poiché dice il Signore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Egli stesso, infatti, si identifica con loro, è presente nelle loro persone, si lascia incontrare nel loro disagio e nella loro “piccolezza”. Se sarà questo il nostro impegno, la carità vissuta con generosità e gioia trasformerà la nostra esistenza e, alla conclusione del nostro cammino, anche noi potremo sentirci rivolgere la benedizione: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fino dalla creazione del mondo». La festa di oggi invita a guardare al futuro, per contemplare la scena grandiosa del Re in tutta la sua gloria, con l'intera umanità davanti a lui, convocata a manifestare chi avrà dimostrato di aver voluto essergli amico, amando quelli che egli ama. Guardare al futuro, per regolarsi adesso in modo da trovarsi, quando sarà il momento, dalla parte giusta.
Gesù dice: E' necessario pregare sempre. Ma cosa vuol dire: "pregare sempre, senza stancarsi"? Vorrei anche nel profondo interrogare me e ciascuno di voi: "Ho veramente il desiderio di imparare a pregare, oppure sento la preghiera come una cosa noiosa, inutile? Sono deciso a fare passi nella preghiera, programmando tempi precisi per la preghiera, aiutandomi con mezzi, cercando l'essenziale della preghiera, che è il cuore, cioè un rapporto di amore vero con il Signore"? Se è sincero il mio desiderio "Signore insegnami a pregare", se ho questa volontà, se sono disposto a cambiare atteggiamenti, modi di vivere, orari, il Signore trasformerà la mia vita spirituale e mi aiuterà. Perché, come qualcuno ha scritto, "imparare a pregare è imparare a vivere"; "la preghiera è il respiro dell'anima"; "la preghiera è la forza di Dio nella nostra vita, è l'onnipotenza di Dio messa nelle nostre mani, nella nostra fede". Madre Teresa confessa apertamente: "Se non pregassi non farei niente"! Ella ha fatto tanto, ma sapeva e riconosceva che tutto partiva dalla preghiera. La preghiera richiede perseveranza e impegno. Pregare bene, pregare con fiducia, pregare senza stancarsi mai: questo è l'insegnamento di Gesù.
La parola di Dio, ci esorta ad avere verso la ricchezza, l’attaccamento ai beni terreni e il desiderio di accumulare tesori sulla terra, un atteggiamento di distacco e a vivere nella fede la vigilanza nell’attesa del nostro incontro con il Signore. La vigilanza per il cristiano deve essere esercitata in tante modalità e tempi. Nella scelta quotidiana dei propri doveri davanti alle facili tentazioni di eluderli; l’attenzione nel porre gesti di servizio a favore dei fratelli; saper vigilare e essere pronti nell’aderire al progetto salvifico di Dio prendendo decisioni che educhino l’individuo nelle scelte della vita per sé per gli altri; vigilare soprattutto sulla morte che deve far porre l’attenzione di tutti verso chi vive l’angoscia della morte nella malattia, nella vecchiaia. L’invito è chiaro: non basta aver scelto di essere cristiani, è necessario munirsi dei mezzi per vivere come tali.

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