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Almeno la frangia del mantello. Agli ammalati basta toccare quella. Si accontentano di poco, tanta è la loro sofferenza e disperazione. Solo chi è stato toccato dalla malattia sa quanta disperazione può spingere una persona a trovare una soluzione. Solo la frangia. Gesù ha compassione di loro, ma, attenti bene, Gesù non è e non vuole essere scambiato per un santone, per un guaritore come tanti ne giravano in quei tempi (e oggi). Sono migliaia gli ammalati che incontra ma pochi sono guariti. Gesù conosce un verità disarmante: la salute è importante, ma non è sufficiente. Più della salute cerchiamo la salvezza che è l'armonia e la pienezza del cuore. Cerchiamo di toccare la frangia del mantello del Signore, i tanti segni della sua presenza che oggi incontreremo e che solo uno sguardo bisognoso, un cuore assetato riesce a riconoscere.
“La bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata”: In altri termini la bestemmia contro lo Spirito Santo è quella di coloro, che non solo chiudono gli occhi davanti alle opere di Dio, ma le respingono ostinatamente, attribuendole al demonio, volendo così identificare lo Spirito Santo con lo spirito maligno, come facevano i farisei. Chi infatti attribuisce al diavolo le opere della bontà e della grazia di Dio, in certo modo fa di Dio un demonio, come dice S. Atanasio, e di più si mette a combattere contro quella stessa bontà che è la sorgente del dono della conversione del cuore e della penitenza. Secondo la classificazione catechistica i peccati contro lo Spirito Santo, sono sei: l’impugnazione della verità conosciuta e l’invidia della grazia altrui, la disperazione della salvezza e la presunzione di salvarsi senza merito, l’ostinazione nel peccato e l’impenitenza finale.
Santa Agnese ci mostra oggi la vittoria dell'amore. Ma qual è questa vittoria? L'amore di Dio secondo san Paolo è l'amore cristiano cioè mai separato dall'amore del prossimo ed è bellissimo vederlo nei martiri. Malgrado le persecuzioni essi non sono mai venuti meno a questo amore più forte dell'odio. In modo speciale essi hanno riportato la vittoria dell'amore sull'odio non rinunciando mai ad amare i loro persecutori.
«Lui vi battezzerà...» La sua forza è battezzare, che significa immergere l'uomo nell'oceano dell'Assoluto, e che sia imbevuto di Dio, intriso del suo respiro, e diventi figlio: a quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Se ogni mattina potessi immaginare di nuovo questa scena: il cielo che si apre sopra di me come un abbraccio, un soffio di vita e un calore che mi raggiungono, il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio, amore mio, mia gioia, sarei molto più sereno, sarei sicuro che la mia vita è al sicuro nelle sue mani, mi sentirei davvero figlio prezioso, che vive della stessa vita indistruttibile e generante. Feriti dal peccato, purificati dal battesimo, noi oscilliamo fra i due estremi, entrambi attraenti, del male e della santità. E questo si vive nella quotidianeità più umile. Ad ogni passo possiamo scegliere Dio e il suo amore, o, viceversa, rifiutarlo. Seguire le orme di Gesù, significa assicurarsi un cammino che, nonostante sia stretto e sassoso, conduce alla vita eterna, alla vera beatitudine.
L'Epifania è una festa importante nel ciclo liturgico del Natale perché è la manifestazione di Gesù a tutti i popoli, simbolicamente rappresentati dai Magi, che offrono oro (che significa regalità di Cristo), incenso (divinità di Gesù), mirra (umanità del Signore). Questa ricerca di Dio comporta fatica. I pastori devono vincere il torpore della notte, liberarsi dal tepore dei loro mantelli, incamminarsi nella notte. Per i Magi il cammino è più duro: a volte la stella si oscura, scompare alla loro vista, incontrano persone che «sanno», ma che rimangono nell'indifferenza o che, pur turbate, non si uniscono a loro nella ricerca del neonato re dei giudei. Anche per noi ci sono momenti di buio, di paura, di turbamento, di dubbio. Si può rimanere nella nostra religiosità, nei nostri riti, nelle nostre comodità senza muoverci. Perché muoverci? Perché rischiare? Se non ci muoviamo e se non cambiamo vita vivremo nei nostri pregiudizi, nel nostro egoismo, nel nostro orgoglio. Se non adoriamo Dio, e solo Dio, non saremo mai un segno di Dio per il mondo. Coraggiosamente togliamo il lievito di Erode dalla nostra vita, rinunciamo al potere, all'orgoglio, al piacere personale, agli agi e alle comodità e, come dice il profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te».
Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi. Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te.
«Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Il mondo intero è nell'attesa e la nostra stessa preghiera deve essere protesa verso la venuta del Signore. In questo "Vieni, Bambino Gesù", la nostra preghiera dovrebbe far proprie tutte le attese, le sofferenze fisiche e morali dell'umanità che vive accanto a noi. La sua venuta è, per ciascuno di noi, una realtà viva: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, verrò da lui, cenerò con lui ed Egli con me». Se lasciamo entrare il Bambino, ci farà partecipi dei suoi doni e dei suoi beni; dirà una parola a ciascuno di noi.
La seconda domenica di Avvento presenta la figura di Giovanni Battista come segno della venuta della salvezza di Dio. La storia vive qui il suo culmine: il momento più atteso e più desiderato, il momento dell’annuncio del regno di Dio che comincia: il Messia sta per arrivare. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!Giovanni grida, non è timido Giovanni, ci mette tutta la sua voce e grida, grida forte. Il suo messaggio è evidentemente urgente e pressante anche oggi. L'Avvento ci deve far riscoprire attraverso la preghiera la relazione con Dio. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ecco che incontrando il Signore la nostra vita cambi, si trasformi, certo non improvvisamente, non in un giorno, ma lentamente, giorno dopo giorno, il tuo cuore viene modellato e plasmato, e ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.
Prima domenica di Avvento. Accendiamo oggi la prima candela della corona di Avvento: è la candela della SPERANZA. Non lasciamoci rubare la speranza: è una delle più forti e più belle espressioni che papa Francesco ci ha regalato in questi anni. Facciamola diventare stimolo di vita, e non solo oggi perché inizia l'Avvento, ma domani, e dopo domani, e domani ancora. Solo chi ha paura di vivere tiene lo sguardo sempre a terra: accettiamo, anche quest'anno, la sfida di rialzare il capo. «Maranathà, Vieni Signore Gesù!» Molta gente oggi, nonostante si dica cristiana, nemmeno sa di attendere il Signore! Invece è l'atteggiamento essenziale per dare un valore di qualità alla nostra vita quotidiana. Passiamo dunque dalla condizione di avere «cuori appesantiti in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» a quella di avere «cuori saldi e irreprensibili nella santità davanti a Dio Padre nostro»!
I mercanti che Gesù scaccia dal tempio non riguarda il passato, e non riguardano persone diverse da noi. Gesù parla di noi, parla di quei mercanti che tutti ci portiamo dentro e rovinano la relazione con Dio applicando logiche matematiche di merito, di debito, di dare e avere. E' dentro di noi che dobbiamo liberare il tempio da venditori e mercanti. Dobbiamo ritrovare nel nostro cuore "una casa di preghiera". Un luogo, cioè, dove incontrare Dio e non dove comprare la Sua benevolenza. Le nostre vite o recuperano un sano rapporto con Dio oppure sono vite rubate, vite da ladri, vite che hanno conseguenze nefaste.
Siamo mendicanti che cercano la luce e la luce c'è ed è il Signore Gesù che passa nella nostra vita. Anche noi, prima o dopo, abbiamo trovato qualcuno che ce lo ha indicato, che ci ha detto: Passa Gesù il Nazareno! Ora siamo noi a dirlo a tutti i bisognosi di luce. E soprattutto riconoscere che la semplice preghiera, fiduciosa e non affettata, è il collirio che ci restituisce la vista. Gesù, fa' che possa "guardare in alto, levare gli occhi, recuperare la vista", per contemplare il tuo Volto, esultare nella lode e seguire Te.
Quante volte sbagliamo, con parole provocatorie od offensive dette con cattiveria, con atti contro i nostri fratelli per ripicca o egoismo. Perdoniamoci a vicenda, non lasciamo che il rancore entri nella nostra vita, evitiamo di ferirci, ma quando accade siamo subito pronti a chiedere scusa, magari con un abbraccio, un bacio, una carezza, un sorriso. Come è bello un sorriso, è come un raggio di sole che sbuca dalle nuvole. E' speranza, è l'inizio della fine di una giornata grigia, è quel buchino che aprirà la strada al dialogo.
" Siamo tutti invitati " Quante scuse accampiamo pur di non essere felici! E quanti giri di testa, quante resistenze e obiezioni, inutili e reiterate complicazioni. No, non vogliamo essere davvero felici e questo è il grande inganno che l'avversario ha messo nel profondo del nostro cuore: la rassegnazione e lo scoraggiamento davanti alla vita, come se nulla avesse senso, come se fosse tutto inutile. La felicità esiste, sì, ma è per pochi privilegiati. Noi comuni mortali, invece, dobbiamo continuamente fare i conti con i nostri pesantissimi limiti, con le continue delusioni. Dio ci invita alla festa, al banchetto in cui è lui lo sposo. I santi sono coloro che si sono seduti, che non hanno posto nulla innanzi all'amore di Cristo. Nemmeno la morte ci è d'impaccio perché il Signore ha vinto anche la morte e ci dona di condividere l'eternità. E non ci è necessaria nessuna preparazione perché Dio non pone alcuna condizione se non quella di esserci. Quindi? Cosa abbiamo di meglio da fare dell'essere felici? Smettiamola di fuggire e lasciamoci raggiungere. Accettiamo, finalmente, di sedere alla mensa di Dio.
«Se la Fede fa credere, la Speranza fa sperare, la Carità fa amare. Se la Fede è luce e serve di vista all'anima, la Speranza, che è l'alimento della Fede, somministra all'anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto. La Carità, che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quell'unguento dolcissimo e odorosissimo che penetrando dappertutto, lenisce, raddolcisce le pene della vita. La Carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L'anima che possiede la Carità spande odore dappertutto, le sue opere, fatte tutte per amore, danno un odore graditissimo, e qual'è questo odore? È l'odore di Dio stesso.
«La Speranza somministra all'anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo che tutti i nemici non possono ferirla, non solo, ma neppure apportare il minimo disturbo. Tutto è tranquillità in lei, tutto è pace. Oh! è bello vedere quest'anima investita della bella Speranza, tutta appoggiata al suo Diletto, tutta diffidente di sé e tutta confidente in Dio. Disfida i nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri, i palpiti, i pensieri con una maestria tale, che Gesù stesso ne resta innamorato perché vede che quest'anima opera con tale coraggio e fortezza".
Per ottenere bisogna credere. Come al capo, senza la vista degli occhi tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se volesse camminare, or cadrebbe ad un punto, ora ad un altro e finirebbe col precipitare del tutto, così all'anima senza Fede non fa altro che andare di precipizio in precipizio: ma la Fede serve di vista all'anima e come luce che la guida alla vita eterna.
Mese del Santo Rosario, preghiera facile e bella che ha accompagnato generazioni e generazioni di cristiani, profondamente amata dai santi e vivamente raccomandata dai Papi, (quest'ultimo Papa Francesco). Il Rosario, nutre e sostiene il cammino quotidiano del credente e lo abilita a consegnare il proprio cuore, in atteggiamento eucaristico, ai cuori misericordiosi di Cristo e della Madre sua. Il Santo Rosario è una preghiera esorcistica che ci protegge da ogni male.
Beato non è chi sa tirarsi fuori dai guai da solo, ma chi si lascia tirare fuori dal Suo Amore. È far entrare Dio nella nostra miseria prima ancora di risolverla. È permettere a Dio di manifestarsi nella nostra debolezza più ancora che nella nostra autosufficienza.
Se la Parola di Dio non è trasformata in olio, siamo lampade spente. Signore, tu dai luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre. Con te mi getterò nella mischia, con il mio Dio scavalcherò le mura. La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata nel fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia. Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è roccia, se non il nostro Dio? Il Dio che mi ha cinto di vigore e ha reso integro il mio cammino, mi ha dato agilità come di cerve e sulle alture mi ha fatto stare saldo, ha addestrato le mie mani alla battaglia, le mie braccia a tendere l'arco di bronzo. Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, la tua destra mi ha sostenuto, mi hai esaudito e mi hai fatto crescere. Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato (Sal 18 (17) 29-37). San Pietro ricorda ai cristiani che Lui la sua lampada l'ha accesa sul monte, quando il Signore si manifestò nella sua più grande luce. Chi vuole accendere la sua luce deve accogliere nel proprio cuore la Parola della profezia con purezza di verità.
Coloro che accumulano interiormente tristezze e ricordi di offese, benchè esteriormente sembrino pregare, sono simili a quelli che attingono acqua e la versano in una botte forata.
Senza lo Spirito del Signore, la Parola si legge ma non si comprende. Si dona alla lettera della Scrittura dei significati che mai sono stati nella mente del Signore. Oggi questo rischio è fortemente diffuso nella nostra Chiesa. Sono molti coloro che camminano senza lo Spirito del Signore e donano alla Parola di Dio significati altamente confusi, facendo interpretazioni estemporanee che non stanno né in Cielo e né sulla terra. È facile allora sapere chi è nello Spirito del Signore da chi invece non lo è. Basta osservare come ci si regola con la Parola di Dio. Chi non è nello Spirito sempre darà alla divina parola dei contenuti di terra. La sua spiegazione è un concentrato di errori, falsità, menzogne, filosofie strane, teorie false, vane e incomprensibili. Invece con la luce dello Spirito Santo che illumina mente, cuore e che pone sulle labbra la giusta e santa parola, tutto diviene più facile.
Com’è difficile, a volte, perdonare! Eppure, se meditiamo su quella cosa meravigliosa che è il perdono cristiano, sulla gioia e sulla pace che proviamo quando siamo perdonati, non possiamo fare a meno di sentircene attratti. All’opposto, non c’è neppure bisogno di riflettere per vedere quanto sia crudele e detestabile l’atteggiamento di chi, come il servitore della parabola, dopo essere stato esonerato, grazie alla pietà del padrone, dal pagamento di un debito elevato, si accanisce contro un altro servitore, reclamando fino all’ultimo centesimo quanto costui gli deve. Sarebbe bene non solo condannare e deplorare in qualcun altro un’azione come quella raccontata nella parabola, ma si dovrebbe anche arrivare a riconoscere l’esigenza, in noi stessi, di una generosità più grande, per essere più comprensivi e più pronti a perdonare coloro che ci hanno offeso.
Il regno di Dio è paragonabile ad un seme. Noi abbiamo ricevuto nel battesimo questa vita che fa di noi dei figli di Dio. Ciò che ci è stato dato in germe contiene già tutte le virtualità che appariranno a poco a poco nel corso della nostra vita. In una parabola Gesù parla del piccolo seme e del lievito. Come la terra ha una parte nella crescita del seme, come la pasta si forma grazie all’azione del lievito, così noi dobbiamo offrire alla segreta presenza del regno in noi la cooperazione della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Allora la vita della grazia si sviluppa con una straordinaria potenza, come stanno a significare l’albero nella parabola e le tre misure di farina che fanno lievitare tutta la pasta nella seconda. La potenza dispiegata in questa crescita testimonia l’azione di Dio nei suoi doni. È lui che opera, e la sua azione tanto più si manifesta quanto più glielo consente la nostra generosità. . Che L' Eucaristia possa nutrire in noi la vita divina, permettendo così all’albero della nostra grazia battesimale di crescere, per la gloria di Dio e la gioia dei nostri fratelli.
Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto. Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.
La disperazione è una brutta malattia, porta a vedere tutto nero, a non trovare gioia in niente di ciò che si fa', a non vedere l'amore degli altri, a prendere con pessimismo ogni parola che ci viene detta, ogni fatto che ci accade. Se siamo disperati, che si creda o meno in Dio, non lasciamoci andare, non smettiamo di cercare una soluzione, una via di scampo. Chiediamo aiuto e prima o poi il Signore ci risponderà mostrandoci la strada, donandoci la gioia alla quale aspiriamo. Come quel padre, di cui si parla nel Vangelo, uno dei capi che osteggiavano Gesù, che, pur davanti all'evidenza della figlia morta, tenta tutte le strade e, magari pur non credendo in Dio, mosso dalla disperazione di un genitore che perde la propria figlia, chiede aiuto a quell'uomo, a quel predicatore, convinto che un suo intervento potrebbe ridare la vita alla piccola. Forse non credeva in Dio, forse aveva solo sentito parlare di Gesù come un guaritore, ma credeva nella vita, credeva che davanti a tanto nero Egli potesse aprire una breccia. Forse per lui solo una flebile speranza, ma l'unica cui potersi aggrappare per sperare di poter cambiare lo stato delle cose. Il Signore saprà condurci all'incontro con Lui, ma vuole che lo cerchiamo, che non rinunciamo a lottare, a cercare, a sperare.
Chi di noi non vorrebbe un mondo migliore? Tutto quello che di bello vorremmo vedere al mondo, dobbiamo trovarlo innanzitutto da dentro di noi. Più che accumulare malcontento dovremmo cominciare a dire come io posso cambiare affinché tutto cambi. Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene....Questo tipo di cataratte le si cura solo con il collirio fatto di sana umiltà, esame di coscienza, e di buona speranza che se inizio io forse la notte non sarà così buia.
Il cristiano è chiamato ad essere perfetta immagine di Gesù nel mondo, dinanzi ad ogni uomo. Cristo Signore è invisibile. Il cristiano deve essere sempre il Cristo visibile. Si parla di Cristo, si vede Cristo, ci si converte al Cristo che si vede. Se il cristiano non è la visibilità di Cristo Gesù, nessuno potrà mai credere in Lui. Manca alla fede un elemento essenziale: la visibilità. La fede non nasce solo dall'ascolto, nasce anche dalla visione. Similmente la vita del buon cristiano si colora di virtù che si fondono avvolte e rischiarate dalla sfavillante fiamma dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo. L'amore deve accompagnarsi a tutte le virtù, poiché, "com'è povera e disadorna la mensa senza il pane, così le virtù senza l'amore".
Io il sale della terra? Io la luce del mondo? Come è possibile, Signore! Ma, poiché queste parole vengono da Te, non possono essere che parole vere. Allora mi scuotono, mi obbligano a riflettere, a meditare, a cercare di capirne fino in fondo il senso. Mi raccolgo e sento la tua presenza in me. Tu sei in me e agisci in me e attraverso di me. Vedi con i miei occhi, senti con le mie orecchie, parli con la mia lingua, ami con il mio cuore. Come non essere, allora, il sale e la luce del mondo, dal momento che sono il tuo tabernacolo? Signore, fa’ che io resti sempre fedele alla tua presenza in me, e che le persone che incontro sul mio cammino vedano in me il tuo volto.
Noi tutti riceveremo, un giorno, una vigna da coltivare e curare. Bisogna essere vigili e attenti per sapere quanto Dio si aspetta da noi. Cammin facendo, dobbiamo darci da fare per operare come Dio ci chiede. I frutti dalla sua vigna sempre vanno dati al Signore. La vigna è sua, non nostra. Gli appartiene per diritto eterno. La prima vigna di Dio è ogni uomo. Ogni uomo è proprietà di Dio, proprietà per creazione, per alito di vita, per sussistenza, per costante mantenimento in vita. Qual è il primo frutto della vigna? Quello di riconoscere il Signore come il Signore e dare a Lui il frutto di una obbedienza eterna. L'obbedienza si dona a Dio, donandola alla sua Parola, ai suoi Comandamenti, alle sue Leggi.
Celebrando dunque la Trinità siamo chiamati a ricordarci che la conoscenza e la relazione con Dio non sono prima di tutto una questione di idee, di concetti, di parole, di precetti, ma consistono nell'esperienza di cui ci parla Paolo, quella dello Spirito che vive in noi e proclama Abbà, padre. Conoscere Dio è essere in lui. Per questo i momenti nei quali lo conosciamo sono quelli della preghiera, quelli cioè nei quali, come figli nel Figlio, gridiamo nello Spirito Santo: Abbà, padre. E il Padre, ancora prima che noi abbiamo invocato il suo nome, viene incontro a noi, ci prende nelle sue braccia, ci ascolta, ci esaudisce.

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